Nell’ambito delle dinamiche relazionali, soprattutto affettive, si parla sempre più spesso della cosiddetta «sindrome da crocerossina», un’espressione popolare – e non clinica – che descrive il comportamento di chi tende a prendersi cura degli altri fino ad annullare se stesso, scegliendo partner «da salvare» o con problematiche importanti, spesso a scapito del proprio benessere.
Per fare chiarezza su questo fenomeno, comprenderne le origini psicologiche e le implicazioni emotive, ne parliamo con Fabrizio Monteverde, Psicoterapeuta e Psicologo, attivo dal 1993, docente universitario e didatta della scuola di specializzazione in psicoterapia della COIRAG.
TESTO COMPLETO DELL’INTERVISTA:
Dottor Monteverde, cosa si intende realmente per «sindrome da crocerossina»? È un concetto riconosciuto in ambito psicologico o resta un’etichetta popolare?
«La Sindrome della Crocerossina definisce una configurazione identitaria e una modalità relazionale tipica di persone, prevalentemente donne, eccessivamente accudenti e protettive nei confronti del partner o, meno di frequente, di altre persone significative.
«Il comportamento di chi soffre di tale sindrome è sempre finalizzato a compiacere, gratificare e giustificare l’altro con dedizione e abnegazione assolute, sacrificando i propri bisogni e interessi.
«Non è una condizione medica riconosciuta dalla comunità scientifica, ma una sindrome psicologica che affonda le sue radici nella storia affettiva della persona e che la condiziona in maniera significativa sul piano dell’autostima, della qualità delle relazioni che intesse e del benessere psicologico generale.»
«Il termine italiano deriva appunto dal lavoro di assistenza e soccorso delle infermiere della Croce Rossa, ma è il termine usato nella lingua inglese, Wendy syndrome che rende maggiormente l’idea di una problematica che affonda le sue radici nell’infanzia: Wendy è infatti il personaggio femminile che nel romanzo Peter Pan di J.M. Barrie è costretta dalla situazione a prendersi cura, a soli 10 anni, dell’amico di avventure Peter Pan e di tutti i bambini sperduti dell’isola che non c’è.»
In una società che spesso valorizza il prendersi cura degli altri, come si può distinguere tra altruismo sano e annullamento di sé?
«Non sono molto d’accordo con l’idea che questa società valorizzi il prendersi cura dell’altro. Mi sembra che il nostro modo di relazionarci agli altri sia sempre più condizionato dal paradigma post-capitalistico occidentale che esalta il soddisfacimento più immediato possibile dei nostri bisogni e presunti desideri.
«Pensi per esempio a come i social stanno cambiando profondamente le modalità con cui entriamo in relazione con gli altri: essi stanno diventando gli spettatori che applaudono o ignorano le nostre storie su Instagram o i nostri Tik Tok.
«Siamo i protagonisti sempre più connessi, e al contempo sempre più soli, della deriva narcisistica che oggi orienta le nostre vite. È questo ovviamente un discorso più ampio e non è nostro obiettivo svilupparlo qui oltre, ma credo possa aiutarci a comprendere meglio cosa accade tra la crocerossina e il suo partner.
«Ritengo infatti che chi manifesta la sindrome della crocerossina non desideri davvero l’altro, non lo veda per come è, ma riproponga transferalmente con il partner un copione relazionale inconscio e sofferente dell’infanzia, in genere riconducibile a dolorose esperienze affettive, come quando si è cresciuti in contesti familiari nei quali ci si è dovuti confrontare con situazioni difficili (abbandoni, separazioni, trascuratezza, malattie, ecc.).
«Attenzione, non sto parlando esclusivamente di storie di famiglie difficili o socialmente e culturalmente svantaggiate, ma anche di normali famiglie borghesi nelle quali, per svariati motivi, un figlio o una figlia non si percepisce sufficientemente importante e accudito dai propri caregiver come ne sentirebbe il bisogno o, per fare un altro esempio, si identifica con un genitore a propria volta succube del partner.
«Parliamo di sfumature affettive, a volte lievissime, ma che possono condizionare strutturalmente lo sviluppo identitario di un/una bambino/a che possono apparire agli altri sereni e non bisognosi di attenzioni particolari, ma che stanno in realtà imparando, giorno dopo giorno, silenziosamente e inconsciamente, che otterranno considerazione da parte dell’altro solo a condizione che non lo appesantiscano con i propri bisogni e fragilità.
«Nella vita adulta chi soffre di tale sindrome ripropone lo stesso atteggiamento relazionale del passato, si relaziona così con quello specifico partner non vedendolo per come è davvero, ma mettendo inconsapevolmente in scena le esperienze relazionali irrisolte dell’infanzia, continuando a mettere da parte se stessa/o per dedicarsi completamente all’altro ma, di fatto, impedendo che la relazione si mostri e si sviluppi per quello che è o che può diventare. Il desiderio autentico verso l’altro può mettere radici soltanto dove il terreno non è contaminato da un bisogno irrisolto precedente.
«Il rapporto amoroso nel caso della crocerossina è invece saturato da precedenti esperienze emozionali non risolte e, pertanto, non è per lei possibile concepire relazioni affettive adulte incentrate sul desiderio e sullo scambio, ma esclusivamente sulla dipendenza e sul bisogno reciproco.
«La persona crocerossina è così imprigionata in un copione identitario di disistima e di continuo bisogno del consenso da parte degli altri e ciò la porta a ricercare un partner che si relazioni con lei in maniera analoga ad una persona importante (e in genere problematica) della famiglia d’origine. La motivazione inconscia che sottende il comportamento relazionale della crocerossina riguarda dunque la riproposizione dell’unico modello affettivo che riesce a sperimentare nella relazione: il salvare dalla dannazione qualcuno (in genere l’uomo che lei crede di desiderare).
«La accompagna una sorta di sentimento di onnipotenza: l’idea di essere talmente speciale da riuscire dove nessuna è riuscita prima, rendere un uomo felice e riconoscente. La crocerossina trascura se stessa perché tutte le sue energie sono impegnate nel prendersi cura dell’altro.
«Il partner da trarre in salvo diviene quindi un mezzo per colmare il vuoto affettivo ed esistenziale che queste persone si portano dentro, anche a costo di annullare se stesse e i propri bisogni attuali. Il prendersi cura dell’altro diventa paradossalmente un atto manipolativo tipico delle situazioni relazionali basate sulla dipendenza affettiva. Le amorevoli attenzioni celano invero l’intento, seppure inconsapevole, di legare a doppio filo l’altro a sé.»
Nella sua esperienza clinica, ha notato differenze di genere nel manifestarsi di questa sindrome?
«Direi proprio di sì; nella maggior parte dei casi la crocerossina è donna, ma credo ci siano motivazioni ben precise. Per quanto dicevo prima, la mancanza percepita di attenzioni da parte dei caregiver può essere esperita in egual misura sia dalle bambine che dai bambini, ma vi è un condizionamento culturale molto evidente nelle risposte emotive e comportamentali degli uni e delle altre.
«Spesso i bambini maschi sono educati a reprimere le emozioni di fragilità e di bisogno, questo rende meno probabile che manifestino sul piano comportamentale la sindrome da crocerossina, ma li espone al contempo ad altre problematiche identitarie e affettive non meno complesse e che, spesso, li rendono partner ideali per le donne crocerossine.
«Il retaggio culturale del quale con fatica ci andiamo liberando ha sempre enfatizzato una identità maschile basata sulla produttività nel lavoro, mentre il ruolo femminile si identificava in tutte quelle attività legate al prendersi cura dell’altro.
«Il processo di trasformazione sociale, culturale, familiare, lavorativo, rende però sempre meno rigida la differenza tra ruolo maschile e ruolo femminile, le persone sono via via meno prigioniere di tali pattern comportamentali; è pertanto possibile ipotizzare che in futuro la sindrome sarà molto più distribuita tra i due sessi. Il crocerossino è, in definitiva, un maschio con una storia affettiva problematica non più nascosta dietro una rigida identità di ruolo.
«Le bambine invece sono spesso educate a sviluppare una identità di assistenza e di accudimento (a partire dalle bambole e dai giocattoli tipicamente femminili) da secoli di cultura maschilista.
Pensi alle favole, per esempio a quella del principe azzurro che salva la fanciulla protagonista da incantesimi maligni, streghe o matrigne cattive, e la condanna invariabilmente ad un ruolo passivo e riconoscente. Il principe salva la principessa prigioniera e lei, pertanto, non può che sposarlo, non può scegliere di ringraziare e accomiatarsi, è stata salvata e adesso son fatti suoi, che le piaccia o no questo è il principe!»
≪Ecco, l’implicito che lega le donne crocerossine ai loro partners è quello del “Se io mi prendo cura di te mi rendo per te indispensabile, tu mi amerai e non mi lascerai mai”. Ovviamente non va quasi mai così e il soccorso, una volta risolti i propri problemi, si stanca presto delle modalità asfissianti della soccorritrice e rivendica la propria indipendenza, alimentando nuovamente nella crocerossina il circolo vizioso dell’insicurezza causata dalla paura dell’abbandono e del rifiuto. Se non individuato e curato è un meccanismo che può durare per tutta la vita.»
A suo avviso, la sindrome da crocerossina può, in alcuni casi, costituire un fattore di rischio nei rapporti disfunzionali e violenti, fino a diventare uno degli elementi presenti nei casi di femminicidio?
«Occorre fare attenzione per evitare pericolose generalizzazioni, ma una correlazione potrebbe esserci. Gli uomini che stanno bene con se stessi e che sono capaci di instaurare rapporti affettivi adulti comprendono immediatamente che la crocerossina è una partner immatura e problematica e, di norma, se la danno subito a gambe.
«Chi invece si lega ad una partner crocerossina è una persona a sua volta fragile che, come dicevo prima, spesso è stata ugualmente vittima di trascuratezze nella infanzia. Ma quale è l’identikit dell’uomo oggetto di interesse delle crocerossine?
«È di norma un uomo sfuggente, che non vuole o non riesce a costruire legami autentici e maturi, ma che ripropone perfettamente quelle figure del passato che la crocerossina non è riuscita a trattenere a sé. La crocerossina lo percepisce subito come partner misterioso, inafferrabile, problematico. Insomma, il bello e dannato che soltanto lei potrà salvare.
«Qui però la questione si allarga e possiamo incontrare un campionario assai ampio di uomini: dalla persona insicura che nel rapporto con la partner accudente trae conforto e rassicurazione, a quello ancora arrabbiato con mamma e che sfoga sulla partner le sue frustrazioni (con insidiose svalutazioni, sempre psicologicamente violente, e che variano di intensità sino ad azioni di Gaslighting molto strutturate e distruttive), al soggetto che ripropone una cultura maschilista fortemente misogina, sino a uomini particolarmente fragili e rotti che possono anche attentare alla incolumità fisica di una partner o della donna desiderata se si sentono in maniera per loro insostenibile da lei minacciati sulla loro finta autostima.»
Quanto è importante, in questi casi, il supporto psicoterapeutico? Quali approcci terapeutici si sono rivelati efficaci?
«Un percorso di psicoterapia è la modalità più appropriata per curare la sindrome della crocerossina, non soltanto per affrontare i problemi e le sofferenze più evidenti che familiari e amici segnalano in genere senza successo alla crocerossina, ma per aiutare la stessa ad imparare a occuparsi di sé, dei propri nodi emozionali e della propria storia personale.
«Il prendersi cura di tali aspetti è per la crocerossina il passaggio imprescindibile per imparare a sperimentare un benessere autentico nelle situazioni affettive e relazionali della propria vita. La crocerossina non è condannata ad un destino inevitabile e traumatico da ripetere per sempre, ma è incastrata in una postura relazionale che la spinge a riprovarci ancora, alla ricerca di quel riconoscimento e di quella validazione che, nella sua fantasia, le consentirebbe di sentirsi infine in diritto di occuparsi dei propri bisogni o di trovare qualcuno che si prenda cura di lei.
«La terapia d’elezione sembra essere quella psicodinamica perché aiuta la persona a ripensare e a riorganizzare gli elementi emozionali della propria storia, a comprendere che la passiva disponibilità non è una condizione necessaria dei rapporti affettivi, ad accrescere la consapevolezza che la gratitudine attesa non arriverà, a sviluppare il coraggio di attendere che siano gli altri a richiedere aiuto se ne sentono il bisogno, a ristrutturare una identità affettiva e relazionale più serena e matura.»
Concludiamo con un messaggio positivo: imparare ad amare senza «salvare» l’altro è possibile? Come si può costruire una relazione sana e paritaria?
«L’amore e il salvare l’altro sono due concetti molto differenti fra loro. L’amore è mistero, incontro, seduzione, conflitto che desideriamo risolvere senza annullarne la carica di diversità e di eros. Possiamo vivere un amore adulto soltanto se impariamo a liberarlo dai bisogni irrisolti dell’infanzia e da ingannevoli istanze salvifiche di controllo o possessività.
«La costruzione di una relazione d’amore matura necessita, invariabilmente, di essere reciprocamente fondata su alcuni aspetti imprescindibili quali il rispetto, il supporto e il riconoscimento del valore e della libertà dell’altro.»